In tre anni di lavoro
più volte mi è capitato di fermarmi a pensare a come sia la vita vista da un
pronto soccorso pediatrico.. di quali sapori, odori o timori ne sia
impregnata.. ci ho tante volte riflettuto, ed ora che mi trovo con un pò di
tempo davanti, ne approfitto per provare a scrivere qualcosa, da poter
condividere.
Così, su due piedi,
senza troppi fronzoli, mi viene da dire che la vita vista dal p.s.ped. è semplice, e continua, e
tanta.
E’ semplice.
E’ semplice, se la
riduci all’osso, alle cose che vedi e analizzi. E’ fatta di temperatura
corporea, di battiti regolari o irregolari, di saturazione adeguata o no. Di
più, è ancora più semplice e viscerale, è fatta di vomito, di sangue, di pipì,
di feci di varia composizione. La vita è una cosa semplice. Se mangi e
trattieni senza vomitare, stai bene; se mangi ma non trattieni, stai male. Se
batti la testa, ma non vomiti, né perdi conoscenza, anche se hai dolore, non è
grave; se vomiti tanto e perdi conoscenza, è grave. Ci sono segnali e li
riconosci, o così o colì. Se succede questo faccio questo e poi questo, se
succede quello, faccio quello e poi quello. Procedure. Le conosci e le esegui. In
maniera quasi ripetitiva, noiosa, stancante, ma rassicurante. La vita è fatta
di procedure, in fondo. E’ così, quella di tutti. Procedure, cose meccaniche. Le
segui o non le segui. Semplice.
E’ continua.
E’ continua, perché non
finisce mai. Perché in ogni istante c’è qualcuno che fa qualcosa e quel
qualcosa può essere semplice o complicato, ma di fatto può esser potenzialmente
pericoloso se fatto male, onde per cui, c’è sempre qualcuno che viene in un
pronto soccorso. La vita è una cosa continua. Non finisce mai. Siamo noi che
finiamo, i turni, come le giornate, come la vita piccola nostra, ma la vita
quella grande, fatta dalle vite di tutti, quella non finisce mai. La vita è
come un fiume che scorre, non ha giorno e non ha notte, ogni tanto rallenta ma
non si ferma e se la trattieni, la ostruisci poi esplode. Come la gente in sala
d’attesa, stessa cosa. E’ continua. Scorre semplice e se ne rallenti il flusso,
allora si incista e diventa esplosiva. E in questo suo continuare si esprime,
con sorrisi, con pianti, con gemiti, paroline a mezza bocca, grasse risate, occhi
incerti e urla. Cambiano le facce, le altezze e i pesi ma la vita è sempre lì
che bussa alla porta per entrare e tu sei sempre lì a confrontarti con una cosa
che pensavi di conoscere ma che scopri nuova e originale. E questa cosa succede
in maniera costante, incontenibile, frustrante, ma sorprendente e unica. E
irripetibile. E irrefrenabile. E continua.
E’ tanta.
E’ tanta, perché fatta
di tanti tanti tantissimi elementi. La vita è tanta, fatta di tanti nomi e
altezze e residenze e livelli di glicemia. Che non finiscono mai. Di più, la
vita è tanta perché fatta di tanti corpi rivestiti da tante pelli che si
muovono in virtù di tanti muscoli innervati da tanti neuroni che orientati da
tante menti possono in ogni istante scegliere di fare battere tantissimi cuori
verso tantissime nuove opportunità. E’ questo è bellissimo, ma anche terribile.
Che ognuno di noi sceglie costantemente e mette firma su cose che possono
aiutare ma possono anche fare danno. Ogni istante devi dire si oppure no e il
tempo non gioca a tuo favore. La vita è riflessione, ma non sempre hai sto gran
tempo per decidere e in breve devi scegliere. Ogni scelta è una sfida, ogni
sfida ha dei rischi, ogni rischio è mettersi in gioco, ogni gioco puoi vincere
o perdere, ogni volta che perdi ti puoi fare male, ogni volta che ti fai male
c’è un pronto soccorso, in cui devi mettere firma per una scelta che è una
sfida che ha rischi e così via. E quante cose devi contemplare. Tante.
Quindi la vita è
semplice, continua e tanta.
Ma a vederla così sembra infine tutt’altro che
semplice, sembra anzi complicata. Con tutti questi nomi che non ricordi, con
tutte queste ossa che si graffiano fino a rompersi, con tutte queste menti e
queste scelte e queste firme che non finiscono mai. E nel frattempo finisci tu.
Già. E ci pensi. Tutta sta cosa va avanti e finisco io. E ti sembra assurda sta
cosa e infinita e complicata. Momenti che corri senza sosta e corri corri corri
senza il tempo di guardare a destra che nel frattempo a sinistra c’è un’altra
cosa che ti sei perso guardando avanti ma forse era indietro e di fatto non sai
dove guardare prima per poi giungere a momenti che tutto si rallenta e si
ferma. Tutto intorno a te è improvvisamente fermo. E stai lì, in attesa. E’
così che si vive: si corre a perdifiato per poi trovarsi fermi. Disperso in un
corridoio sconosciuto aspetti la faccia nuova che ti dica cose leggermente
differenti ma non definitive rispetto alla faccia vecchia, nel frattempo che
aspetti che ancora un’altra ne arrivi e poi un’altra ancora, a dirti che
finalmente è finita. E in quest’attesa mille diverse emozioni ti attraversano,
dalla paura al disgusto, dal piccolo sollievo all’ impazienza, dalla rabbia alla
tristezza fino alla rinnovata gioia. Il tempo scorre feroce o lentissimo e nel
frattempo metti la tua firma su questo e su quello. Così è il pronto soccorso,
così è la vita.
Allora in tutta questa
cosa gigantesca che va avanti e tu ne sei solo un pezzo piccolo, sembra tu sia
schiacciato. Un nome che per un po’ ricordi, ma poi è già passato. La dottoressa
“quella così che non ricordo come si chiama”, il signor “quello là che viene
sempre ma com’è ??”. Arrivi, resti, poi passi e vai via. E sei fuori, mentre
altri entrano. E poco ti sembra quello che puoi fare, perché l’onda è troppo
grande, la gente troppo attratta da comportamenti velenosi, le periferie troppo
degradate e mal costruite per far vivere sempre peggio bambini che
meriterebbero vita migliore. E i bambini paffuti di oggi li vedi ragazzi impauriti domani che saranno genitori
sconclusionati dopodomani per bambini paffuti che saranno poi impauriti e
sconclusionati. E tutto questo non ha fine. E le ossa si rompono in biciclette
scassate e ci si affoga per aver ingoiato monete e ci si fa venire i dolori
addominali e il malditesta per l’ansia di ciò che intorno a noi ci fa sentire
oppressi e svuotati e sfiduciati.
Sfiduciati.
Piccoli, di fronte ad
una cosa che non ha fine, che non ha regole, che non ha logica. Non ha fine la
gente che arriva. Non hanno regole le famiglie in cui ci si picchia
costantemente, si urla l’uno contro l’altro, ci si violenta, ci si maltratta,
ci si umilia , ci si abbandona. Non ha logica questa ferita che non rimargina,
questo vomito autoindotto, questa convulsione senza febbre. Non ha logica il
nostro sentirci sempre in battaglia, sempre utili, sempre a dover fare, sempre
lì davanti all’oceano a dimostrare. Non ha senso.
Allora pensiamo solo a
quando il nostro turno finisce. Allora pensiamo solo a come poterci difendere
da tutto questo. Stai a dare colori di priorità di accesso, provando così a
dare un senso, un ordine alla moltitudine che chiede un aiuto che ti stanca. Ma
questo nostro ordine, che basiamo su parametri, su numeri, su segnali visibili,
appare illusorio dinnanzi al dolore intimo che ognuno ha e che fa sentire a ciascuno di esser
prioritario. Allora dinnanzi alla marea pensiamo solo a cosa fare, o che magari
non faremo, quando non saremo lì. E aspettiamo che il tempo passi. Guardando
cosa l’altro fa o non fa, dà o non dà, dice e non pensa, pensa e non dice,
guarda e non vede, prende ma non coglie, mangia e non offre, buono o cattivo,
nel tempo che passa. Da soli.
Sfiduciati e soli.
Sfiduciati e soli ci
avvinghiamo ad un ordine di fattori e parametri, conoscenze che sono buone sino
a che non giunge qualcuno che non abbiamo mai visto, che sovverte regole e
certezze e tutto in noi capovolge.
Che cosa allora permane
e resiste in noi, oltre le intemperie, i mattini, le notti, i giorni e i mesi,
tra la noia e la corsa frenetica, a tenerci lì a vedere la vita, a darle
sostegno, e conforto, e coraggio?
Che cosa ?
Forse ricordarci che il
sangue che ci pompa nelle vene e che siam bravi ad esaminare con macchinari
costosi è misteriosamente legato ai sogni che ci animano, e questo legame così
intenso e nascosto ci nutre se ci fermiamo a guardarlo.
Ricordarci che le voci
che diventano urla erano nate come bisogni che potremmo pure ascoltare.
Ricordarci che tra i
lividi e le ferite c’è anche una pelle che resiste perché ci sono delle risorse
che ci stanno sotto e che ci siamo disabituati a guardare. E quelle risorse che
non pensiamo di avere stanno lì impolverate ma sempre pronte a svegliarsi se
troviamo la chiave per farle accendere ancora.
Ricordarci che la fantasia, la creatività, la curiosità,
e la forza che queste rende vive, non
sono visibili in una tac, ma sono la strada unica e sola che ci portiamo dentro
per guardare una tac che non ci piace e affrontarla con forza.
Ricordarci che nel
frattempo che siamo impegnati a parlare possiamo pure non aver paura di
ascoltare.
Ricordarci che il
rispetto per gli altri non è debolezza con noi stessi, che ammettere di non
aver compreso e chiedere per capire non significa esser inadeguati, che la
passione che mettiamo nelle cose ci fa vivere in un equilibrio sottile tra
gioia e dolore, ma questa non è una stramba follia, ma solo sentire che la vita
che ci credevamo semplice, è invece complessa, ma non per questo la dobbiamo
fuggire.
Ricordarci che tutto
questo possiamo affrontare.
Ricordarci che tutto
questo possiamo sentire.
Sentire che soli non
siamo, sapere che ancora fiducia può essere, in noi, tra noi, verso di noi, per
gli altri, con gli altri, tra gli altri. Che il mio sforzo si unisce al tuo, ed
il tuo al mio. E il mio occhio al tuo sguardo, e le mie mani ai tuoi pensieri,
e il tuo coraggio alla mia fatica, e le mie gambe e le tue sostengono i nostri
giorni che pur stanchi e stancanti non ci abbattono e non ci abbatteranno. Che
insieme questa fiducia c’è, e in essa questo comune rispetto, questa sospinta
passione per ciò che facciamo. E insieme questo nostro unirci a condividere gli
sforzi ha un nome e questo nome profuma di vita raccolta e protetta. Ed insieme,
allora, guardiamo a questa vita che arriva e chiede aiuto e coraggio. E questo
coraggio doniamo uniti, per dare forza e speranza a questo seme di vita che
ancora può maturare e crescere e fiorire, e trovare strade e nuovi corsi in cui
liberare la propria forza. Accogliamola insieme questa vita, dandoci coraggio,
dandole coraggio.
Insieme .
Solo insieme, confrontandoci
e condividendo e accettando di imparare, possiamo crescere e capire che ci sono
alternative, che ci sono altri pensieri e altri modi di fare. Che abbiamo
abituato le nostre teste e le nostre mani a fare solo in un modo, ma altri modi
ci sono, altri modi possiamo.
Dott. Antonio Carollo
Psicologo, Psicoterapeuta Cognitivo Costruttivista,
Docente incaricato dell'insegnamento di "Psicoterapia Cognitiva - Modulo di Teoria e Metodologia" presso Scuola di specializzazione in Psicoterapia Cognitiva Complessa "Aleteia", Enna
Dottore di Ricerca in Psicologia presso Università Studi Palermo
già Cultore della materia in Psicologia Clinica
Studio Professionale sito a Palermo, in via F. Li Donni, 7
telefono : 3921981644
email : dott.antoniocarollo@gmail.com